Alle bambine, a differenza dei loro coetanei maschi,
è concesso piangere, lamentarsi, frignare perché considerate culturalmente più
esposte alle ingerenze esterne, più fragili, più indifese. In una parola, vittime! E le bambine imparano ben presto che per legittimare quel pianto, quel
malessere, devono riuscire a trovare una causa, una ragione che sia valida per
chi ha il compito e sente il dovere forte di tutelarle, in primis quindi per i
loro genitori. Diventa pertanto una consuetudine inventare le scuse più
disparate che configurano “la tragedia” che l’adulto si attende di sentire nel
vedere la propria figlia piangere. È il modo più semplice, infatti, anche per gli
adulti, di spostare l’accento non su cosa provi la bambina, la cui presa in
carico presuppone una spiccata competenza emotiva da esercitare già sulle
proprie emozioni, ma il perché sia stata costretta a provarlo, attivando così
durante il percorso della vita una vera e propria “caccia alle streghe”. Il
problema è che un genitore, agendo in questo modo, sortisce proprio l’effetto
contrario alla tanta auspicata, e certamente auspicabile, tutela: con quali
strumenti riuscirà a quel punto a distinguere quando la bambina mente e quando
sta raccontando una situazione di pericolo o molestia realmente accaduta? Ma la
cosa grave è che neppure la bambina che inventa è in grado di stabilire una
cesura tra la sua fantasia e la realtà, pertanto si troverà preda dello stesso
stato di angoscia da cui è colto il genitore mentre la ascolta, e questo la
porterà inevitabilmente ad un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli
altri, quando il genitore non riesce a sopraffare la causa apparente, o ad un
atteggiamento di arroganza e prepotenza, che può sfociare in bullismo, se il
genitore con le sue rimostranze riesce ad avere la meglio. Il genitore,
infatti, vuole che la propria figlia assista e sappia esattamente come e quanto
lui è disposto a difenderla, con le nefaste conseguenze a cui abbiamo appena
accennato. Ed è tutt’altro che inusuale trovare nelle donne adulte uno stile di
vita e di approccio al conflitto irretiti da questo circolo vizioso.
Ai bambini, a differenza delle loro coetanee femmine, spesso viene ancora negato il diritto al pianto reagendo a questa espressione di sofferenza con frasi che rinnegano la stessa emozione che l’ha prodotta: <<smettila di piangere! Sei una femminuccia?>> oppure <<ma perché piangi? Sei un bambino piccolo?>> ma la lista è lunga. Notare che “femminuccia” e “piccolo” assumono la valenza semantica di sinonimi usati per configurare non una situazione contingente, ma uno status personale permanente di inferiorità che mal si addice ai giovani “ometti”. Un maschio degno di questo genere è forte e si sa difendere e non ha bisogno di ripiegare nel pianto, segno tangibile di impotenza e frustrazione. Con quali conseguenze? Il bambino comprenderà ben presto che per avere la stima dei propri genitori dovrà imparare a cavarsela da solo, cercando di uscire sempre vincitore dalle situazioni di conflitto e competizione. Quando non ce la fa se ne guarda bene dal dirlo. Mentre il suo organismo trasforma la frustrazione in ira funesta per prepararlo all’azione "riparatrice". L’assenza prolungata di un’adeguata mediazione nella risoluzione conflittuale, infatti, coltiva e sedimenta nel bambino, ragazzo, uomo la necessità di tutelare direttamente il proprio Sé per non percepirsi come un debole, una vittima. Questo lo porta ad accanirsi con tutte le sue forze e con ogni mezzo contro il potenziale rivale, scatenando su di lui/lei tutta la rabbia generata non tanto dal conflitto in sé, ma dal fatto che ogni conflitto mette a repentaglio il proprio (paradossalmente) fragile Sé. Ogni ragazzo o uomo che si rispetti si sente legittimato culturalmente a “fargliela pagare” con mezzi propri: è un suo preciso dovere, ancor prima che diritto! E se questo non avviene egli diventa, o teme di diventare, oggetto di derisione. Ecco perché la “resa dei conti” deve essere pubblica, perché bisogna dare una testimonianza forte e lasciare una traccia indelebile della propria “superiorità”, costi quel che costi. Forse la correlazione vi sembrerà azzardata, ma bullismo, stupri e femminicidi, ad esempio, seguono, quasi sempre, come iter di prassi proprio questo script.
🔒Come si può ben comprendere, quindi, né in un caso né
nell’altro il pianto viene considerato nella sua valenza autoreferenziale, come
eminente espressione di uno stato di malessere non sempre riconducibile ad una
causa esterna da eliminare. Questo atteggiamento di ricerca del colpevole
impedisce di recepire il malessere che sfocia in pianto come sintomo di una
fragilità interiore che fa parte del bambino, così come dell’adulto, sia come
momento transitorio di adattamento alle nuove situazioni di stress, sia come
componente caratteriale che va accolta, sostenuta e incoraggiata proprio al
fine di trasformarla in una dimensione che ci appartiene, che possiamo
esprimere senza riserve e che proprio per questo ci fa sentire sempre più
consapevoli e quindi più padroni delle situazioni stressanti, cioè
inevitabilmente più forti, senza correre il rischio di sedimentarla in un gap
che si frappone tra noi e il resto del mondo.
🔑Lasciamo che i bambini e le bambine vivano le loro emozioni liberamente e usino la loro fantasia per creare un mondo migliore, e non per riprodurre fedelmente quello che appartiene a noi e da cui, paradossalmente, cerchiamo ogni giorno disperatamente di proteggerli.
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