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sabato 1 gennaio 2022

REAGIRE AL PIANTO - cosa svela?

Ogni giorno cerchiamo di batterci contro le stereotipie di genere, eppure i nostri piccoli gesti inconsci, le nostre reazioni amorevoli impulsive, come genitori o educatori, tradiscono il fedele attaccamento ai pregiudizi culturali che condizionano il nostro comportamento e l’imprinting che diamo a quello dei nostri bambini e delle nostre bambine.




👇Queste tipiche reazioni compromettono e ostacolano qualunque cambiamento migliorativo avessimo in mente. Vale la pena fermarsi un attimo, riflettere, divenire più consapevoli di ciò che facciamo, conferire valore ad ogni singola azione. Perché è dalle piccole cose che si raggiungono grandi risultati, così come è dalle piccole cose che si genera un loop da cui è difficile uscire.👇

 

Alle bambine, a differenza dei loro coetanei maschi, è concesso piangere, lamentarsi, frignare perché considerate culturalmente più esposte alle ingerenze esterne, più fragili, più indifese. In una parola, vittime! E le bambine imparano ben presto che per legittimare quel pianto, quel malessere, devono riuscire a trovare una causa, una ragione che sia valida per chi ha il compito e sente il dovere forte di tutelarle, in primis quindi per i loro genitori. Diventa pertanto una consuetudine inventare le scuse più disparate che configurano “la tragedia” che l’adulto si attende di sentire nel vedere la propria figlia piangere. È il modo più semplice, infatti, anche per gli adulti, di spostare l’accento non su cosa provi la bambina, la cui presa in carico presuppone una spiccata competenza emotiva da esercitare già sulle proprie emozioni, ma il perché sia stata costretta a provarlo, attivando così durante il percorso della vita una vera e propria “caccia alle streghe”. Il problema è che un genitore, agendo in questo modo, sortisce proprio l’effetto contrario alla tanta auspicata, e certamente auspicabile, tutela: con quali strumenti riuscirà a quel punto a distinguere quando la bambina mente e quando sta raccontando una situazione di pericolo o molestia realmente accaduta? Ma la cosa grave è che neppure la bambina che inventa è in grado di stabilire una cesura tra la sua fantasia e la realtà, pertanto si troverà preda dello stesso stato di angoscia da cui è colto il genitore mentre la ascolta, e questo la porterà inevitabilmente ad un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli altri, quando il genitore non riesce a sopraffare la causa apparente, o ad un atteggiamento di arroganza e prepotenza, che può sfociare in bullismo, se il genitore con le sue rimostranze riesce ad avere la meglio. Il genitore, infatti, vuole che la propria figlia assista e sappia esattamente come e quanto lui è disposto a difenderla, con le nefaste conseguenze a cui abbiamo appena accennato. Ed è tutt’altro che inusuale trovare nelle donne adulte uno stile di vita e di approccio al conflitto irretiti da questo circolo vizioso.

Ai bambini, a differenza delle loro coetanee femmine, spesso viene ancora negato il diritto al pianto reagendo a questa espressione di sofferenza con frasi che rinnegano la stessa emozione che l’ha prodotta: <<smettila di piangere! Sei una femminuccia?>> oppure <<ma perché piangi? Sei un bambino piccolo?>> ma la lista è lunga.  Notare che “femminuccia” e “piccolo” assumono la valenza semantica di sinonimi usati per configurare non una situazione contingente, ma uno status personale permanente di inferiorità che mal si addice ai giovani “ometti”. Un maschio degno di questo genere è forte e si sa difendere e non ha bisogno di ripiegare nel pianto, segno tangibile di impotenza e frustrazione. Con quali conseguenze? Il bambino comprenderà ben presto che per avere la stima dei propri genitori dovrà imparare a cavarsela da solo, cercando di uscire sempre vincitore dalle situazioni di conflitto e competizione. Quando non ce la fa se ne guarda bene dal dirlo. Mentre il suo organismo trasforma la frustrazione in ira funesta per prepararlo all’azione "riparatrice". L’assenza prolungata di un’adeguata mediazione nella risoluzione conflittuale, infatti, coltiva e sedimenta nel bambino, ragazzo, uomo la necessità di tutelare direttamente il proprio Sé per non percepirsi come un debole, una vittima. Questo lo porta ad accanirsi con tutte le sue forze e con ogni mezzo contro il potenziale rivale, scatenando su di lui/lei tutta la rabbia generata non tanto dal conflitto in sé, ma dal fatto che ogni conflitto mette a repentaglio il proprio (paradossalmente) fragile Sé. Ogni ragazzo o uomo che si rispetti si sente legittimato culturalmente a “fargliela pagare” con mezzi propri: è un suo preciso dovere, ancor prima che diritto! E se questo non avviene egli diventa, o teme di diventare, oggetto di derisione. Ecco perché la “resa dei conti” deve essere pubblica, perché bisogna dare una testimonianza forte e lasciare una traccia indelebile della propria “superiorità”, costi quel che costi. Forse la correlazione vi sembrerà azzardata, ma bullismo, stupri e femminicidi, ad esempio, seguono, quasi sempre, come iter di prassi proprio questo script.

🔒Come si può ben comprendere, quindi, né in un caso né nell’altro il pianto viene considerato nella sua valenza autoreferenziale, come eminente espressione di uno stato di malessere non sempre riconducibile ad una causa esterna da eliminare. Questo atteggiamento di ricerca del colpevole impedisce di recepire il malessere che sfocia in pianto come sintomo di una fragilità interiore che fa parte del bambino, così come dell’adulto, sia come momento transitorio di adattamento alle nuove situazioni di stress, sia come componente caratteriale che va accolta, sostenuta e incoraggiata proprio al fine di trasformarla in una dimensione che ci appartiene, che possiamo esprimere senza riserve e che proprio per questo ci fa sentire sempre più consapevoli e quindi più padroni delle situazioni stressanti, cioè inevitabilmente più forti, senza correre il rischio di sedimentarla in un gap che si frappone tra noi e il resto del mondo.

🔑Lasciamo che i bambini e le bambine vivano le loro emozioni liberamente e usino la loro fantasia per creare un mondo migliore, e non per riprodurre fedelmente quello che appartiene a noi e da cui, paradossalmente, cerchiamo ogni giorno disperatamente di proteggerli.

Agata Calise

martedì 5 ottobre 2021

CREATIVITÀ: UNA DIMENSIONE SUI GENERIS TRA ETICA ED ESTETICA

 

Premessa

A partire dall’esperienza diretta dei bambini, tanto 
quella che può essere esperita e agita in ambito scolastico quanto quella pregressa, rievocata attraverso opportune sollecitazioni, si procede alla disamina dei segmenti apprenditivi inscritti in tali attività.

Naturalmente, infatti, a questa età i bambini hanno una percezione globale di eventi reali, emotivi e relazionali, ma è sempre a questa età che via via si procede verso una forma di discriminazione delle varie fasi esperienziali, cominciando a collocarle su diversi livelli in base a dei criteri di categorizzazione. Essa è possibile solo se si possiedono i necessari framework, schemi di decodifica della realtà che consentono di sistematizzare via via le conoscenze mentre si apprendono o, meglio, mentre se ne apprendono le componenti cognitive in esse contenute.

 

Capite bene qual è il paradosso in cui si incorre all’interno del dialogo insegnamento/apprendimento?

Ogni volta che offriamo ai bambini uno schema interpretativo della realtà stiamo inevitabilmente condizionando i parametri che utilizzeranno per accostarsi o prendere le distanze da una certa situazione. Stiamo cioè condizionando i loro giudizi e le loro scelte.

E tuttavia questa fase di “indottrinamento” è necessaria affinché i bambini possano gradualmente acquisire una propria personale e originale concezione delle cose, che possano cioè dare sfogo e forma alla tanta auspicata CREATIVITÀ. La creatività non è caos, non nasce dal nulla.

Per essere creativi, infatti, occorre conoscere gli elementi di cui ci serviamo per poterne stravolgere, ad esempio, la destinazione d’uso. Qualcosa che si accosta alla licenza poetica di chi si esprime in versi. Questi elementi, apparentemente di interesse esclusivamente cognitivo, assumono invece una connotazione ETICA che rimanda all’educazione al rispetto, ma anche alla sua controparte: la disobbedienza. Queste due sfaccettature del fare, che è anche pensare, si concretizzano nelle nostre produzioni. Meglio, dalle nostre produzioni si può comprendere qual è la nostra attitudine comportamentale, se andiamo verso il rispetto o verso la disobbedienza, uscendo dagli schemi.

 

Come il valore etico condiziona la nostra percezione estetica o viceversa?

Anche se sei un’insegnante illuminata e non hai mai giudicato un bambino dalle sue produzioni, ti sarai certo imbattuta in situazioni nelle quali sono stati gli stessi bambini a giudicarsi aspramente in funzione dei loro elaborati. Un’espressione come: <<maestra, X ha fatto un pasticcio!>> Ti suona familiare? In quei momenti ti verrebbe voglia di ammonire chi l’ha pronunciata e di liquidare la faccenda con il classico: <<tutti i disegni sono belli!>>?

Se tu reagissi così cadresti in contraddizione e disorienteresti chi ha fatto tesoro del tuo insegnamento. Sei stata tu, in fondo, a chiedere ai bambini di colorare dentro i margini di una sagoma. Sei stata tu a dire ai bambini che il sole è giallo ed è rotondo. Sei tu che hai parole di apprezzamento verso i bambini che riescono a seguire le tue indicazioni/prescrizioni. Cosa c’è quindi di strano se qualcuno nota con una punta di “disprezzo” un lavoro eseguito “male”, che non ha rispettato le indicazioni, anche acquisite precedentemente? Ma c’è di più. Tra i 4 e i 5 anni i bambini cominciano ad acquisire la capacità di estendere un concetto anche a contesti diversi da quello in cui lo hanno appreso. Redarguire continuamente i bambini che durante le attività ludico-relazionali non rispettano le regole comportamentali, senza da parte nostra riuscire a gestire veramente il conflitto, senza interessarci alle ragioni che lo hanno generato, produce alla lunga un’inevitabile associazione: chi non rispetta le regole non è un/una bravo/a bambino/a e merita di essere ammonito. E ciascuno se ne ricorderà e si sentirà in diritto di giudicare negativamente l’operato altrui, ogni qualvolta ci siano regole non rispettate, con la certezza di compiere un’azione in difesa di tutta la comunità. La “difesa” della comunità e delle sue regole si traduce nel necessario allontanamento di chi con la sua disobbedienza le mette a repentaglio, generando sottoclassi di bambini bravi e intelligenti e bambini disubbidienti o con scarse capacità di apprendimento.

 

È possibile formulare un progetto educativo che abbia una sua coerenza interna e che abbia a cuore il rispetto per il benessere di ciascun/a bambino/a?

A titolo esemplificativo, inerente all’attività proposta nell’u.d.a 2 de “il fantastico viaggio di Lella la coccinella”, pubblicata sulla pagina Facebook “Educazione in Prospettiva”, si propone un percorso di indagine riflessiva che parte da un solo presupposto:

 

il RISPETTO reciproco è un valore irrinunciabile ed è per questo che la REGOLA deve essere negoziabile

 

Siamo partiti dai colori semplici o fondamentali e li abbiamo esaminati rispetto al modo in cui caratterizzano alcuni oggetti della realtà fenomenica ma anche emotiva. Possiamo dare un colore anche al modo in cui ci sentiamo in particolari condizioni sentimentali? Quale colore rispecchia in questo momento il tuo stato d’animo. Perché? Possiamo dire che tutti quelli che provano le stesse emozioni hanno l’animo colorato dallo stesso colore?

L’aspetto della condivisione permette di oltrepassare l’aspetto oggettivo della conoscenza, cogliendo testimonianze dalle sfumature cognitive che accreditano la possibilità di costruire altra conoscenza attraverso il confronto delle idee e l’adeguata legittimazione delle proprie posizioni o delle proprie premesse epistemiche.

In questa sezione, come nelle altre dedicate a queste attività, oltre ad aver appreso alcuni fondamentali segmenti cognitivi riconducibili agli obiettivi contemplati in seno ai vari campi di esperienza, si è dato ampio spazio alle possibilità di ampliare e amplificare, a partire dalle informazioni di base acquisite, la portata cognitiva e formativa di ciascuna attività. Ciò che essenzialmente si intende qui stimolare è il pensiero creativo, consentendo ai bambini di esercitare la capacità di utilizzare in modo originale il “materiale cognitivo” appreso attraverso il processo di istruzione.

In ogni attività quindi si possono distinguere le aree epistemologiche, etiche ma anche estetiche.

In questa prospettiva e nella logica di una costante educazione al pensiero si possono compiere riflessioni di ordine superiore:

  • ·        produco ed esprimo un pensiero su ciò che ho fatto o che altri hanno fatto e mi viene mostrato.

Cos’è un pasticcio? Perché lo chiami così? Come deve essere un disegno per non essere un pasticcio? Esiste un modo per usare i colori che renda il tuo lavoro un bel disegno, un lavoro ben fatto, un capolavoro? Quale tra questi secondo te può essere considerato un lavoro ben fatto? 

  • ·        Collocare poi la nostra ricerca entro un quadro di valori condivisi riesce a contestualizzare in termini bruneriani i risultati (anche se solo provvisori e sempre in evoluzione) prodotti durante il nostro percorso; e allora non solo riusciremo a concordare, negoziandoli, dei parametri entro i quali i bambini possano “giudicare” i lavori svolti, ma verranno esplorate altre piste di indagine come quelle inerenti all’aspetto etico della valutazione.

È corretto dire a un compagno o sentirsi dire da un compagno che il proprio lavoro non è adeguato? O, peggio, che è un pasticcio? Che fa schifo? Le riflessioni condotte mostrano come sia difficile per i bambini limitarsi al giudizio del prodotto e a non estenderlo alla persona. Così un lavoro eseguito male è il prodotto di una cattiva persona che va evitata: non è mio/a amico/a.  C’è tra i bambini la tendenza ad un’omologazione che, a differenza di quanto avviene tra gli adulti, può essere controllata attraverso un opportuno intervento educativo.

  • ·        Questo perché sia efficace non può limitarsi ad essere una condotta morale calata dall’alto ma deve essere metabolizzata dai bambini fino a costituirne l’habitus, attraverso il dialogo autentico, cioè aperto e pronto ad accogliere anche posizioni che non condividiamo o che semplicemente si allontanano dai canoni di realtà ai quali siamo stati abituati, purché siano supportate da valide argomentazioni.

Senza per questo ammonire o colpevolizzare o, peggio, minacciare: ma allora non hai capito niente! Ma che stai dicendo! No, non è così! Ecc.. Queste sono esclamazioni che scoraggiano i bambini a continuare la loro ricerca e li incanala subdolamente sulla via che noi abbiamo già tracciato per loro, anche quando la loro verità non è sbagliata, inverosimile ma semplicemente si allontana dal nostro personale modo di concepirla.

 

Voglio salutarti con questo interrogativo: qual è il discrimine che usi per distinguere il frutto della creatività, dal frutto della mancata comprensione della regola, cioè dell’errore?

Puoi condividere le tue riflessioni nei commenti sul blog o sulla pagina, grazie!

 

Agata Calise