Sappiamo davvero educare alla gentilezza o mettiamo in
atto solo giochi di potere?
Tutte le volte che quindi adoperiamo un metodo coercitivo
per ottenere gentilezza da qualcuno stiamo producendo un ossimoro concettuale,
procedurale, comportamentale. O come direbbe Jon Elster, ci troviamo dentro la “fallacia
morale e intellettuale degli effetti secondari”.
Chiariamo meglio.
L’ingiunzione “sii gentile!” ha lo stesso valore di “sii
spontaneo!” Entrambe contengono infatti un evidente paradosso: la spontaneità,
e di conseguenza la gentilezza, è per sua natura qualcosa sulla quale non può
gravare l’intenzionalità della persona. Sono spontaneo quando lo sono
spontaneamente, ma se intendo essere spontaneo intenzionalmente annullo già la
spontaneità che sto ricercando. Ci sono pertanto stati mentali e sociali realizzabili solo per vie traverse e non direttamente, per mezzo cioè di azioni che hanno altri fini rispetto alla realizzazione di quel preciso scopo.
Alla luce di quanto hai letto,
se impongo ad un bambino di utilizzare alcuni termini
specifici per formulare la sua richiesta, le famose paroline magiche, senza le
quali non otterrebbe mai il risultato sperato, cosa sto facendo in realtà, lo
sto educando alla gentilezza? O sto solamente pretendendo che simuli la
gentilezza, attraverso l’uso intenzionale di un convenzionale repertorio
lessicale all’uopo destinato?
Sai qual è la prospettiva comportamentale cui conduce
questa procedura educativa?
Il bambino apprende che l’adulto ha l’autorità di decidere
se accontentarlo o meno e detiene il potere di dettare le perentorie condizioni
del suo soddisfacimento. Nessun circolo amorevole configura e avvolge queste
situazioni che il bambino sente come doppiamente frustranti: la frustrazione
dell’imposizione, la frustrazione dell’impotenza di resistere all’imposizione. Non
meravigliarti quindi se il bambino comincia a condurre giochi di potere e
autorità per vedere dove e con chi la spunta e dove e con chi deve soccombere. E
non essere troppo felice di sostenere: <<con me non lo farebbe mai, non
si permetterebbe!>> se questo risultato è generato dalla paura dell’autorità
che rivesti. Se la formazione ruota attorno a questi due concetti, l’autorità e
il potere, il bambino impara infatti l’arte della prostrazione, diventa
accomodante e compiacente, a tratti servile, quando sente di non avere
alternativa. Mentre si mostra arrogante e prepotente, simulando esattamente
quello che ha appreso, quando sente di poter avere la meglio sull’altro. Quelli
che chiamiamo capricci non hanno forse questa genesi?
Perché la mettiamo in atto?
Ogni volta che un bambino si
rivolge a noi dicendo VOGLIO, DAMMI x o y ci sentiamo immediatamente irritati
per la PRETESA che il bambino avanza, e questo è assolutamente normale. Tuttavia,
non è educativo rispondere alla pretesa con un’altra pretesa, che annulla
dentro di noi l’ingerenza provocata dal bambino: sarebbe una risposta emotiva,
ma non professionale.
Se un bambino ti dice “voglio l’acqua”
(perché sa che non può servirsela da solo) o “dammi le costruzioni” (perché sono
posizionate troppo in alto per poterle prendere da solo) ti sta soltanto
manifestando un bisogno, ti sta chiedendo aiuto. Ma se dentro di te si attivano
i meccanismi emotivi sopra descritti, sarà difficile distinguere l’espressione
di una necessità dall’intenzione di schiavizzarti, generando risposte
incontrollate che hanno il solo intento di stabilire chi comanda (presta
attenzione al tono di voce che usi e alla postura del tuo corpo quando a queste
“provocazioni” rispondi: solo se lo chiedi per favore, solo se usi le paroline
magiche -ma davvero negheresti la possibilità di bere a un bambino che non sa
chiederti l’acqua come si conviene? Immagino di no, e se il bambino non cede,
sarai tu a farlo e a diventare ai suoi occhi poco credibile).
Tieni conto che il bambino arriva a scuola con un bagaglio
di conoscenze precedentemente apprese e che noi abbiamo la funzione di
sistematizzare. Anche con i codici espressivi convenzionali i bambini hanno di
solito una certa familiarità, prima del loro ingresso a scuola. Ma affinché il
bambino dia un senso alle sue conoscenze è necessario che ne tasti direttamente
l’efficacia in un contesto che richiama ed evochi il tipo di educazione che
vogliamo sviluppare.
Concediamoci intanto la possibilità di fare un passo alla
volta. I bambini piccoli, soprattutto se non italofoni, hanno difficoltà nel
manifestare i loro bisogni. Aiutarli in questa fase vuol dire frammentare in
parti semplici la proposizione che alla fine saranno in grado di esprimere. Incoraggiamoli
a dire seguendo un semplice schema di costruzione linguistica: acqua - mi dai l’acqua?
- maestra, mi dai l’acqua? - maestra, mi
dai l’acqua, per favore? Dove “per favore” non ha ancora connotazioni etiche,
ma soltanto linguistico-formali. E cerchiamo di rispondere sempre manifestando
soddisfazione nel poterli accontentare-aiutare: “certo, te la verso con piacere”,
se il bambino ha espresso verbalmente il bisogno. Oppure leggiamo e interpretiamo
il suo comportamento traducendolo verbalmente: se il bambino guarda con
insistenza la bottiglia dell’acqua e poi cerca il tuo sguardo, “hai bisogno di
qualcosa? Posso aiutarti? Vorresti dell’acqua?” -indicando la bottiglia o
sollevando il suo bicchiere. Mostrare una paziente accoglienza verso le sue
necessità è un modo incisivo di educarlo alla gentilezza verso il prossimo. In quale altro contesto “per favore” comincia
ad incarnare per il bambino e per la comunità un valore emotivo, ed etico di
conseguenza -non il contrario- e diviene sinonimo e sintomo di reale e sentita
gentilezza? I conflitti tra pari per accaparrarsi un giocattolo sono all’ordine
del giorno. Come possiamo trasformarli in un bacino di apprendimento positivo e
di educazione all’affettività? È la ferma gentilezza con la quale tu intervieni
che può trasfigurare una situazione di ostile aggressività, proiettandola verso
una dimensione costruttiva.
Esempio. M.: <<cosa succede, bambini?>>
A:<<Ce l’avevo io!>> B:<<Dammelo, mi
serve!>>
M.: <<ti sta dicendo che lo stava usando lui, sei
sicuro che non ce ne sia un altro libero che puoi usare tu?>>
1) B: <<non lo so>> M.: <<ti aiuto a
cercarlo, magari lo troviamo. E intanto possiamo lasciare A libero di giocare
tranquillamente>>
2) B: <<No, li ha presi tutti>>. M.: <<Forse
non gli servono tutti, hai provato a chiedergliene uno?>> Se il bambino
chiede, il compagno solitamente concede.
Ma non è detto. Se il compagno non concede: M.: <<spiegagli
che per adesso ti servono e che non appena avrai finito potrà prenderli>>.
L’uno spiega, l’altro solitamente accetta di attendere. M.: <<mentre
aspettiamo, ti va se facciamo insieme…>>
La magia della gentilezza
non risiede nelle parole di
completamento formale di una richiesta, ma nel modo stesso in cui strutturo l’intera
proposizione, nel modo globale con cui mi pongo nei confronti dell’altro. Ecco perché frasi del tipo: <<stai zitto, per piacere!>>
<<vieni immediatamente qui, per favore!>>, pur contenendo le
paroline magiche che ci affanniamo ad insegnare, non emanano alcuna gentilezza.
Bibliografia
Elster Jon, Sour Grapes, trad. it, 1989
Elster Jon, Ulysses and the sirens, trad. it, 1983
Pronunciare con piacere una parola sapendo che provoca benessere in chi l’ascolta è ben diverso che pronunciarla perché è l’unico modo di ottenere ciò che voglio.
Agata Calise
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